LE GROTTE DEI RIBELLI

LE GROTTE DEI RIBELLI

Testo di Andrea Oliveri

Luoghi:
5 Grotta del Rifugio a Roviasca
6 Grotta del Comando a Roviasca

“L’unico modo in cui i nazisti avrebbero potuto raggiungerci sarebbe stato a piedi, attraverso un sentiero stretto e scosceso che poteva essere percorso da un solo uomo alla volta”.
Parole di Herman Wygoda, alias ‘Comandante Enrico’ della Divisione Gin Bevilacqua, nel descrivere la Grotta del Comando, quartier generale della formazione partigiana, situato in una zona sottostante il passo del Termo, al di sopra delle valli di Roviasca e Montagna. Un anfratto naturale difficilmente accessibile, che fa parte della vasta area montuosa de Le Tagliate, dominata dalla punta del Monte Alto, con i versanti rivolti al mare e bagnata dai piccoli rii che formano in parte il torrente Trexenda. Oggi è una zona completamente disabitata, tuttavia ai tempi della Resistenza i vecchi poderi ospitavano diverse famiglie dedite all’agricoltura e la pastorizia, alla raccolta delle castagne e al ‘taglio’ di grandi spazi boscati il cui legname veniva utilizzato per fare il carbone. Poco distante dalla Grotta, sistemata alla bisogna come base garibaldina, sorge il Bricco delle Brughe, il bosco delle eriche, località dove risiedevano, in una cascina, due famiglie di contadini, tutti parenti tra di loro; una di queste era quella dei Marabotto che si distinse da subito nell’aiutare i partigiani che transitavano nella zona, grazie al contributo di Assuntina, una delle figlie. Quest’ultima diverrà in breve tempo un punto di riferimento talmente importante che i ribelli cominceranno a chiamare quei luoghi austeri e inospitali come “Ca’ de a Suntina” (Casa di Assuntina). Classe 1928, era solo una ragazzina quando, due mesi dopo l’armistizio, iniziò a vedere circolare sui monti degli uomini sconosciuti e a sentire delle strani voci provenire da una grotta distante circa dieci minuti a piedi da casa sua.
Assuntina fu inizialmente spaventata da quei soldati allo sbando che le chiedevano abiti civili per sostituire le uniformi; e cosa pensare di quei giovani fuggiaschi che, spinti dalla fame, si aggiravano in quei posti alla ricerca di castagne? Ma quando questi iniziarono a presentarsi e a spiegarle che stavano combattendo per porre fine alla guerra, capì che erano amici e che avevano bisogno del suo aiuto. Alcuni di loro erano guardinghi e riservati, mentre i più aperti salutavano sempre ed educatamente e di lì a breve, inizieranno a frequentare abitualmente Casa Marabotto. Successivamente si sarebbero presentati perfino i comandanti della nascente forza partigiana, ‘Leone’ Bevilacqua, ‘Noce’ Parodi e ‘Zazà’ Vallarino, i quali avevano bisogno di lavarsi e di farsi la barba, in quanto la grotta che abitavano era sprovvista d’acqua. E non solo Assuntina verrà incaricata di lavare e, all’occorrenza rammendare, i loro indumenti ma assumerà pure il delicato ruolo di intermediario tra il Comando e gli sconosciuti che chiedevano di unirsi alla lotta.
Prudenza era la parola d’ordine, infatti, non appena lei e i suoi familiari percepivano presenze di ufficiali tedeschi o San Marco in rastrellamento da Roviasca, erano soliti stendere alle finestre un lenzuolo bianco: quello era il segno di pericolo per i partigiani della Grotta.
Tuttavia, essa non era solo un posto da ‘maschi’, come si potrebbe pensare, ma c’erano anche donne volontarie coraggiose che rispondevano ai nomi di ‘Nina’, fidanzata staffetta di Armando Botta (in battaglia Partigiano Renna), la moglie di Antonio Carai che aveva cinque figli, ‘Fulvia’ – Anna Maria Tosetti all’anagrafe – quindicenne che, prima di imparare a combattere, era addetta al volantinaggio in favore del CLN e alla pittura di slogan antifascisti con inchiostro fosforescente sui marciapiedi di Savona; Elena Della Rosa, la ‘Bruna’ che avrebbe poi assistito i volontari feriti in battaglia nei mesi di lotta più duri, e ancora Mariuccia Formica detta ‘Franca’, e ‘Vera’, al secolo Teresa Pace, ventenne che assunse il ruolo di responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna dopo l’uccisione di Clelia Corradini. Tutte ragazze di città che, scoperte dai fascisti, non avevano altra scelta che unirsi ai compagni sui monti per avere salva la vita. Tra loro, collaborava anche Claudina, 45enne che abitava a Mallare vicino al comando dei San Marco e che riferiva ai partigiani i loro piani; inoltre, in caso di pericolo, era solita mettersi in cammino fino alle Tagliate, cantando ad alta voce una canzone e agitando un bastone con sopra un fazzoletto bianco come segnale d’allerta.

GROTTA RIFUGIO

Oltre a quella del Comando, anche un’altra grotta tornò utile alla causa partigiana: stiamo parlando della Grotta Rifugio, ubicata a pochi metri dal Colle del Termine che servì da ritrovo per quei partigiani pionieri del Teccio del Tersé che si stavano riorganizzando dopo la cattura e l’uccisione di Francesco Calcagno, avvenuta nel dicembre 1943. Era una piccola grotta, stretta e scomodissima, al cui interno si poteva stare solo in ginocchio e accovacciati gli uni sugli altri; i ribelli, tra cui Sergio ‘Gin’ Leti, dovettero lavorare a lungo con ‘punteruolo e mazzetta’ per ricavare uno spazio che rendesse il giaciglio più accettabile. Il dover vivere braccati e nascosti in ‘tane’ più adatte ad animali selvatici che a ‘uomini vivi’, erano tuttavia problemi di poco conto per quei combattenti, impensieriti più dal disorientamento e dal fatto di non avere una guida e dei riferimenti certi. Nonostante ciò, non persero la fede in quella Resistenza che, prima di essere un fatto d’armi spontaneo del popolo italiano, era soprattutto un moto ideale teso al rinnovamento di un Paese che, logoro da vent’anni di dittatura, aveva iniziato a sognare l’Indipendenza e la Libertà.
‘Resistere’ era quindi, per tutti i ribelli, un impegno di lavoro serio, per la ricostruzione e l’avanzamento civile e democratico della propria Patria.

Fonti

G. Patrone, “Andrea Picasso, un personaggio quilianese: da partigiano a sindaco” (Coop. Tipograf, Savona, 2019)

R. Lavagna, N. Ottonello, “Li hai visti i ribelli?”, Tipografia “La Stampa”, Vado Ligure (SV) 2008

A. Lunardon, La resistenza vadese (Marco Sabatelli Editore, 2005)

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