Con la caduta del fascismo e l’annuncio dell’armistizio chiesto l’8 settembre 1943 da re Vittorio Emanuele III agli alleati anglo-americani al fine di salvare in extremis l’istituto monarchico, compromesso da vent’anni di complicità con i crimini del regime fascista, si apriva per l’Italia un periodo drammatico caratterizzato dallo sfascio generale del Paese, dalla totale latitanza delle istituzioni e dallo sbandamento dell’esercito. Gli italiani dovevano scegliere se accettare passivamente il susseguirsi degli eventi o se optare per il riscatto dopo un ventennio di dittatura. È dalla scelta del riscatto di chi contrario o lontano dal regime e desideroso di sottrarsi ad una guerra ingiusta, che nascerà il movimento della Resistenza. In particolare, furono le classi operaie e contadine ad orientarsi verso una forma di lotta insurrezionale, al fine di gettare le basi di una società diversa, libera e democratica.
In quell’autunno del 1943 la città di Savona e i suoi dintorni erano stati occupati da gruppi militari tedeschi, tuttavia, contemporaneamente, alcuni soldati italiani avevano deciso di lasciare armi e divisa per unirsi ai primi gruppi composti da militanti antifascisti, intellettuali, operai e giovani che volevano sfuggire all’arruolamento nell”esercito della Repubblica di Salò.
Questi primi nuclei partigiani presero presto la via dei monti, affrontando grandi difficoltà per mancanza d’esperienza militare e scarsa disponibilità di armi e viveri. Uno dei primissimi gruppi resistenti si era formato, già nel settembre ’43, nei territori di Montagna e Roviasca, sulle alture di Quiliano, ma non si trattava ancora di svolgere operazioni di guerriglia armata, piuttosto di prendere conoscenza col terreno e le popolazioni locali. Proprio la gente che abitava quei luoghi, stretta tra boschi di castagni, modesti borghi e cascinali contornati da magri orti, uliveti, frutteti e miseri pascoli, lavoratori umili e poveri sia di risorse come di parole, in linea con l’indole dei montanari delle Alpi Liguri, sarà tuttavia la prima ad accogliere, sostenere, dividere rischi e fatiche e quel poco che disponeva con i fuorilegge ribelli.
In tutto il territorio ligure, hanno combattuto, tra il 1943 e il 1945, circa 35mila partigiani, suddivisi, nella zona di Vado Ligure-Quiliano, in operai (54%), apprendisti (8%), agricoltori, contadini, studenti medi e universitari, casalinghe (5%) e manovali (4%); a Savona si registrarono anche impiegati, artigiani e persone con nessuna professione o arte o mestiere.
Erano uomini a tutto tondo i partigiani, non solo ‘di parte’, con un alto senso del dovere e un forte attaccamento al proprio paese e ai sentimenti di uguaglianza e di dignità umana. E non necessariamente italiani: infatti, numerosi furono i combattenti stranieri che presero parte alla ‘guerra civile’ contro tedeschi e fascisti, come i diciannove russi in forza nella Divisione Bevilacqua reclutati dal comandante dell’esercito sovietico Nicolaj Sibika e l’ingegnere polacco Hermann Wygoda, per tutti ‘Enrico’, comandante della stessa dalla data della costituzione.
C’era posto per tutti nelle squadre partigiane, dove ognuno era chiamato a fare il proprio dovere in virtù d’un obiettivo comune, a fianco di uomini che non voltarono la faccia, ma che ebbero il coraggio di guardare negli occhi il proprio destino senza paura, garantendo a tutti i cittadini il ripristino di quelle libertà e di quei diritti fondamentali calpestati per ventiquattro lunghi anni e che sono ancora oggi alla base della Costituzione.